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lunedì 14 marzo 2011

L'incontro di Gesù con Zaccheo



Entrato nella città di Gerico, la stava attraversando. Or un uomo di nome Zaccheo, che era capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi fosse Gesù, ma non ci riusciva; c'era infatti molta gente ed egli era troppo piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, si arrampicò sopra un sicomoro, perchè Gesù doveva passare di là. Gesù, quando arrivò in quel punto, alzò gli occhi e gli disse: <<Zaccheo, scendi in fretta, perchè oggi devo fermarmi a casa tua>>. Scese subito e lo accolse con gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: <<E' andato ad alloggiare in casa di un peccatore!>>. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: <<Signore, io do ai poveri la metà dei miei beni e se ho rubato a qualcuno gli restituisco il quadruplo>>.
Gesù gli rispose: << Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perchè anch'egli è figlio di Abramo. Infatti il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto>>.

venerdì 4 marzo 2011

Festa di Carnevale in parrocchia







Eccoci qui!! Finalmente questo giorno è arrivato! 
Pomeriggio alle 16:30 siete tutti invitati a partecipare 
alla festa di carnevale che si terrà nel Salone 
della parrocchia!
Mi raccomando non mancate perchè dove c'è festa c'è Dio!
Ci saranno un sacco di giochi e divertimenti!
Inoltre si mangia :)
Se volete portare qualcosa siete liberi di farlo!
NON MANCATE!!!

Vi aspettiamo!

domenica 27 febbraio 2011

La fiducia nel Dio fedele



In un  momento difficile Israele aveva pensato che il Signore l'avesse abbandonato e dimenticato. Dio risponde al suo popolo con accenti commoventi. Chiama in causa l'unico amore che mai dimentica, quello di una madre, e paragona in modo  efficace la sua tenerezza, la sua premura, la sua sollecitudine, la sua memoria per Israele a quella di una donna per suo figlio.
E' assurdo pensare che Dio abbandoni una creatura per la quale desidera solo la felicità. Tuttavia, quando le prove della vita diventano aspre e le vie si fanno tortuose, l'uomo è tentato di dubitane nell'amore provvidente e misericordioso di Dio, di essere stato abbandonato e dimenticato da lui. Fa fatica a credere in un Dio fedele al suo amore e al suo progetto di salvezza, perchè fa ripetutamente dell'infedeltà di cui l'uomo è capace.
Sia il profeta che Gesù ci invitano a crescere nella fiducia in Dio.
Certa è la sua fedeltà. Dio è la <<roccia>> (Dt 32,4): nome che simboleggia l'immutabile fedeltà, la fermezza delle sue promesse. Il critiano deve riscoprire la memoria della fede, che aiuta a ricordare ciò che Dio ha ftto per ogni uomo, e del suo amore che brilla nella vita di ogni creatura. Deve <<rimettere nel cuore>>, rendere attuale e vivo ciò che appartiene alla sua memoria, l'amore che ha sperimentato nella sua vita. Per il cristiano il <<fare memoria>> è vivificare il presente e illuminare il futuro. E' una memoria consapevole fatta di speranze e possibilità che si aprono sul tempo, a partire dalla morte e dalla resurrezione di Gesù, dove si sono manifestati l'amore e la fedeltà di Dio.
Solo la memoria della fede, solo la certezza della fedeltà di Dio offrono al cristiano la possibilità di riconoscere
 la sua presenza nelle circostanze della vita, e lo rendono agli occhi del mondo testimone dell'invisibile. Solo la sicurezza di un amore eterno, che mai può venire meno, può dare all'uomo la facoltà a fuardare alle cose della vita con tale fede da potervi decifrare l'altra realtà presenta che va <<al di là>> della terra e fa brillare il tempo di eternità.
C'è davvero un Dio amante, sempre presente, nella vita di ogni uomo e nella storia.
Tocca all'uomo, saper cogliere le orme della sua presenza, per sentirsi accompagnato e protetto. E respirare aria di speranza, di ottimismo, di fiducia capace di dare colori nuovi ed impensati al grigiore quotidiano, spesso pervaso da inevitabili difficoltà.

giovedì 10 febbraio 2011

Ecco il forum tanto richiesto!



Dopo tante richieste finalmente il forum della parrocchia è stato creato! 

Nel forum ci sono tante sezioni dove poter chiacchierare tranquillamente! 

Per accedere basta cliccare in alto il bottone "forum" e sarete automaticamente portati nella pagina del forum.

Buona Navigazione!  .... e mi raccomando:   

Il primo dovere di un uomo è parlare; è questa la sua principale ragione di vita. 
(cit. R.L.Stevenson)

lunedì 7 febbraio 2011

Preghiera per la famiglia



PREGHIERA PER LA FAMIGLIA

Dio, dal quale proviene ogni paternità
in cielo e in terra, Padre che sei Amore e Vita,
fà che ogni famiglia umana sulla terra, diventi, mediante il Tuo Figlio Gesù Cristo,
"nato da Donna" e mediante lo Spirito Santo,
sorgente di divina carità,
un vero santuario della vita e dell'amore per le generazioni che sempre si rinnovano.
Fà che la Tua Grazia guidi i pensieri
e le opere dei coniugi
verso il bene delle loro famiglie
e di tutte le famiglie del mondo.
Fà che le giovani generazioni
trovino nella famiglia un forte sostegno
per la loro umanità e la loro crescita
nella verità e nell'amore.
Fà che l'amore, rafforzato dalla grazia
del sacramento del matrimonio,
si dimostri più forte di ogni debolezza
e di ogni crisi, attraverso le quali, a volte,
passano le nostre famiglie.
Fà, infine, te lo chiediamo per intercessione
della Santa Famiglia di Nazareth,
che la chiesa in mezzo a tutte le nazioni della terra possa compiere fruttuosamente ù
la sua missione nella famiglia
e mediante la famiglia.
Tu che sei la Vita, la Verità e l'amore, nell'unità del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen

domenica 30 gennaio 2011

Le beatitudini

Le beatitudini
Beati i poveri in spirito, di essi è il regno dei ciel
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti perché erediteranno la terra. 
Beati quelli che han fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati. Bea - ti.
Beati i misericordiosi, troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 
Beati i costruttori di pace, saran chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia,
di essi è il regno dei cieli. Bea - ti.Rallegratevi ed esultate,
perché grande è la vostra ricompensa,
nei cie - li, nei cie - li. Bea - ti, bea - ti.



Le beatitudini sono il cuore del messaggio di Gesù, per capirle bisogna lasciar parlare il testo.
Innanzitutto Gesù sale sulla montagna e pronuncia il discorso circondato dai dodici e dalle folle: si tratta di una folla venuta da ogni dove, persino dalla decapoli e da oltre il Giordano. Il discorso, quindi, non è rivolto solo ai dodici o al popolo giudaico, ma a tutti.
Certo le beatitudini rimandano a Gesù. Ma quale significato egli vi attribuì? Pensiamo di riassumere il suo pensiero in tre affermazioni.
- Le beatitudini sono una proclamazione messianica, un annuncio che il Regno di Dio è arrivato. I profeti hanno descritto il tempo messianico come il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili. Gesù proclama che questo tempo è arrivato. Per i profeti le beatitudini erano al futuro, una speranza. Per Gesù sono al presente: oggi i poveri sono beati.
- C’è un secondo aspetto: con le beatitudini Gesù non solo proclama che il tempo messianico è arrivato, ma proclama che il Regno è arrivato per tutti, che di fronte all’amore di Dio non ci sono i vicini e i lontani, non ci sono emarginati: anzi, coloro che noi abbiamo emarginato sono i primi.
- Infine va detto che Gesù non solo proclamò le beatitudini, ma le ha vissute. Ecco perché la proclamazione delle beatitudini, è preceduta da un’annotazione generale che riassume l’attività di Gesù (4, 23-24): lo circondavano ammalati di ogni genere, sofferenti, indemoniati, epilettici. Ha cercato i poveri e li ha amati, preferiti. Egli fu povero, sofferente, affamato: eppure amato da Dio.
Sta qui il paradosso delle beatitudini: la vita di Cristo dimostra che i poveri sono beati, perché essi sono al centro del regno e perché – contrariamente alle valutazioni comuni – sono essi, i poveri, i crocifissi, che costituiscono la storia della salvezza.
Esaminiamo ore le singole beatitudini.

Beati i poveri. La differenza tra il “povero” di Luca e il “povero nello spirito” di Matteo non cambia nella sostanza. Matteo non intende certamente riferirsi a coloro che, benché ricchi, sono spiritualmente staccati dalle loro ricchezze. Molto probabilmente la frase echeggia Is 61,1 (v. Lc 4,18). Entrambi le beatitudini (di Mt e Lc) designano la classe povera che costituiva la grande maggioranza della popolazione del mondo ellenistico. Il “povero in spirito” di Matteo pone l’accento più che sulla mancanza letterale di ricchezze, sulla bassa condizione dei poveri: la loro povertà non permetteva l’arroganza tipica delle persone ricche, ma imponeva loro un rispetto servile. Sono questi  “poveri nello spirito” che ora sono “beati”.

Beati gli afflitti. Riecheggia in questa beatitudine la situazione descritta in Is 61,1. La beatitudine si riferisce a coloro che non hanno alcuna gioia in questo mondo, e in questo senso essa sarebbe molto vicina e simile alla prima e terza beatitudine. Si intendono qui molto probabilmente coloro che piangono per i mali d’Israele dovuti ai suoi peccati. La loro consolazione consisterà nell’esperienza della salvezza messianica.

Beati i mitiQuesti fanno parte della stessa classe dei “poveri in spirito”, che non sono in grado di essere aggressivi. L’ideale della mitezza è descritto in termini concreti in 5, 39-42: “Se uno ti percuote la guancia destra…”. I miti possederanno la terra escatologica d’Israele, recuperata mediante le opere salvifiche di Dio. La frase riecheggia le promesse della terra fatte ai patriarchi dell’A.T.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia. La “giustizia” di cui bisogna aver fame e sete è un termine assai pregnante. In Mt essa designa la condizione di buoni rapporti con Dio, ottenuti con la sottomissione alla sua volontà. Nel giudaismo farisaico si pensava che questa condizione venisse garantita mediante l’osservanza minuziosa della legge secondo i modelli farisaici. Gesù afferma con insistenza che i suoi discepoli devono sforzarsi di attuare qualcosa di più perfetto: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei …” (Mt 5,20).

Beati i misericordiosi. La misericordia è una caratteristica di Dio; Dio è fedele nonostante le infedeltà degli uomini. L’ ideale della misericordia o compassione ricorre spesso in tutti i vangeli. La beatitudine è illustrata dalla parabola del servitore spietato (Mt 18, 23-35). Le due opere di misericordia maggiormente sottolineate in Mt sono l’elemosina e il perdono. La ricompensa della misericordia è di ricevere misericordia.

Beati i puri di cuore. La purezza di cuore è contrapposta alla purezza levitica esteriore ottenuta mediante l’abluzione rituale: è questo un punto di numerose diatribe tra Gesù e i farisei. Ciò che si intende per “purezza di cuore” è spiegato in Mt 5, 13-20 (“Voi siete il sale della terra… La luce del mondo… Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone…). La ricompensa della purezza di cuore è di vedere Dio. Ciò non significa ciò che in teologia è chiamato la “visione beatifica”, ma l’ammissione alla presenza di Dio (v. Mt 18,10: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio”).

Beati gli operatori di paceQuesta parola ebraica “i pacificatori” significa “coloro che compongono i dissidi”. La riconciliazione è un compito spesse volte raccomandato nei vangeli: Mt 5,23-26 “Se presenti la tua offerta all’altare… và prima a riconciliarti”. La ricompensa è  di essere chiamati figli di Dio. E’ questo un titolo attribuito a Israele nell’A.T.; coloro che compongono dissidi sono israeliti autentici.

Beati i perseguitati per la giustizia. La persecuzione subita per amore della giustizia è la persecuzione che viene accettata allo scopo di mantenere i buoni rapporti con Dio mediante la sottomissione alla sua volontà (v. commento a 5,6). In questo ampliamento (5,11-12) della beatitudine Gesù viene identificato con la giustizia. Egli sostituisce la legge quale unico mezzo sicuro per mantenersi in buoni rapporti con Dio. Tale rapporto causerà certamente la persecuzione (descritta in termini dell’esperienza della Chiesa primitiva), ma la ricompensa supererà ogni ricompensa precedente. La Chiesa succede ai profeti che furono perseguitati dal loro stesso popolo. La persecuzione a cui si allude qui è molto probabile l’offensiva scatenata dai giudei contro la comunità cristiana.

GIOVANNI PAOLO II: DON BOSCO AMICO DEI GIOVANI


Egli sentiva di aver ricevuto una speciale vocazione e di essere assistito e quasi guidato per mano, nell’attuazione della sua missione, dal Signore e dall’intervento materno della Vergine Maria. La sua risposta fu tale che la Chiesa lo ha proposto ufficialmente ai fedeli quale modello di santità. Quando nella Pasqua del 1934, alla chiusura del Giubileo della redenzione, il mio predecessore di immortale memoria, Pio XI, lo iscriveva nell’albo dei santi, ne tessé un indimenticabile elogio.
Giovannino, orfano di padre in tenera età, educato con profondo intuito umano e cristiano dalla mamma, viene dotato dalla Provvidenza di doni, che lo fanno fin dai primi anni l’amico generoso e diligente dei suoi coetanei.

La sua giovinezza è l’anticipo di una straordinaria missione educativa. Sacerdote, in una Torino in pieno sviluppo, viene a diretto contatto con i giovani carcerati e con altre drammatiche situazioni umane.
Dotato di una felice intuizione del reale e attento conoscitore della storia della Chiesa, egli ricava dalla conoscenza di tali situazioni e dalle esperienze di altri apostoli, specialmente di san Filippo Neri e di san Carlo Borromeo, la formula dell’“Oratorio”. Gli è singolarmente caro questo nome; l’Oratorio caratterizzerà tutta la sua opera, ed egli lo modellerà secondo una sua originale prospettiva, adatta all’ambiente, ai suoi giovani e ai loro bisogni. Come principale protettore e modello dei suoi collaboratori sceglie san Francesco di Sales, il santo dallo zelo multiforme, dalla umanissima bontà che si manifestava soprattutto nella dolcezza del tratto.
L’“Opera degli Oratori” inizia nel 1841 con un “semplice catechismo” e si espande progressivamente per rispondere a situazioni ed esigenze pressanti; l’ospizio per accogliere gli sbandati, il laboratorio e la scuola di arti e mestieri per insegnar loro un lavoro e renderli capaci di guadagnarsi onestamente la vita, la scuola umanistica aperta all’ideale vocazionale, la buona stampa, le iniziative e i metodi ricreativi propri dell’epoca (teatro, banda, canto, passeggiate autunnali).   
L’espressione felice: “Basta che siate giovani perché io vi ami assai” (“Il Giovane provveduto”, 7), è la parola e, prima ancora, l’opzione educativa fondamentale del santo: “Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani” (“Memorie biografiche di S. Giovanni Bosco”, vol. 18, 258). E, veramente, per essi egli svolge un’impressionante attività con le parole, gli scritti, le istituzioni, i viaggi, gli incontri con personalità civili e religiose; per essi, soprattutto, manifesta un’attenzione premurosa, rivolta alle loro persone, perché nel suo amore di padre i giovani possano cogliere il segno di un amore più alto.
Il dinamismo del suo amore si fa universale e lo spinge ad accogliere il richiamo di Nazioni lontane, fino alle missioni di oltre oceano, per una evangelizzazione che non è mai disgiunta da un’autentica opera di promozione umana.
Secondo gli stessi criteri e col medesimo spirito egli cerca di trovare una soluzione anche ai problemi della gioventù femminile. Il Signore suscita accanto a lui una confondatrice: santa Maria Domenica Mazzarello con un gruppo di giovani colleghe già dedicate, a livello parrocchiale, alla formazione cristiana delle ragazze. Il suo atteggiamento pedagogico suscita altri collaboratori - uomini e donne - “consacrati” con voti stabili, “cooperatori”, associati nella condivisione degli ideali pedagogici e apostolici, e coinvolge gli “ex-allievi”, spronandoli a testimoniare e a promuovere essi stessi l’educazione ricevuta.
Tanto spirito d’iniziativa è frutto di una profonda interiorità. La sua statura di santo lo colloca, con originalità, tra i grandi Fondatori di Istituti religiosi nella Chiesa. Egli eccelle per molti aspetti: è l’iniziatore di una vera scuola di nuova e attraente spiritualità apostolica; è il promotore di una speciale devozione a Maria, Ausiliatrice dei cristiani e Madre della Chiesa, è il testimone di un leale e coraggioso senso ecclesiale, manifestato attraverso mediazioni delicate nelle allora difficili relazioni tra la Chiesa e lo Stato; è l’apostolo realistico e pratico, aperto agli apporti delle nuove scoperte; è l’organizzatore zelante delle missioni con sensibilità veramente cattolica; è, in modo eccelso, l’esemplare di un amore preferenziale per i giovani, specialmente per i più bisognosi, a bene della Chiesa e della società; è il maestro di un’efficace e geniale prassi pedagogica, lasciata come dono prezioso da custodire e sviluppare.
In questa lettera mi piace considerare di don Bosco soprattutto il fatto che egli realizza la sua personale santità mediante l’impegno educativo vissuto con zelo e cuore apostolico, e che sa proporre, al tempo stesso, la santità quale meta concreta della sua pedagogia. Proprio un tale interscambio tra “educazione” e “santità” è l’aspetto caratteristico della sua figura: egli è un “educatore santo”, si ispira a un “modello santo” - Francesco di Sales -, è un discepolo di un “maestro spirituale santo” - Giuseppe Cafasso -, e sa formare tra i suoi giovani un “educando santo”: Domenico Savio



- Giovanni Paolo II, da "Iuvenum Patris", 1998 -